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BOTEGHE E OSTARIE

  • Writer: Luigi Perissinotto
    Luigi Perissinotto
  • 1 day ago
  • 8 min read
2 Luglio 2026

Il campanilismo tra i miei compaesani era, e forse lo è ancora, una vocazione. Un segno di appartenenza. Una tacca impressa a fuoco da tramandare da padre in figlio.

Non solo in questo luogo, lungo la placida Piave tra i vigneti ed i campi di granoturco, ma ovunque ci fosse un campanile a segnalare la presenza di una comunità più o meno identitaria.


Spesso i simboli di appartenenza, il villano blasone a cui fare riferimento ed al quale elevarsi a cantore, erano più d'uno. Da noi, giusto per non essere banali, il più esaltato tra gli elementi distintivi era il campanile. Il più alto d'Italia, per gli innumerevoli estremisti, il più alto del Veneto per i tanti moderati, mentre pochi, per la verità, si accontentavano lo fosse solo della provincia. Sebbene nemmeno questo fosse vero.

Alto indubbiamente lo era (lo è), ma non tanto da superare quello di San Marco a Venezia che per tanti, per una miserevole scappatoia con l'intento di evitare figuracce, veniva dichiarato fuori competizione.

Il motivo? Semplice. Perché era quello di Venezia e di conseguenza non era in gara perché, appunto, di Venezia. E tanto bastava! Una giravolta alla Bertoldo!

Il nostro era solo il più alto tra quelli visibili ad occhio nudo. Il più svettante lungo le anse della Piave, tra i meandri del Sile e della Livenza fino agli stagni e alle barene.


Il campanile ed il tunnel dalla golena
Il campanile ed il tunnel dalla golena

Seguiva (dopo il mito del campanile più alto), quasi a pari merito, la nomea del "Noventano" verace. Quella reputazione ambigua del commerciante furbastro, un po’ imbroglione e un po’ sodale, che non era proprio un vanto, ma nemmeno una grave infamia. Una peculiarità originale, piuttosto, una mostrina in controluce da esporre al momento conveniente. Quando non bastano più le argomentazioni, non bastano gli esempi e non bastano nemmeno i luoghi comuni e diventa comodo affidarsi alla gergalità dialettale e grossolana "..a Noventa i pianta fasioi col sciop e nasse ladri" (piantano i fagioli con lo schioppo e nascono ladri).



Il significato non mi era del tutto chiaro. A parte la fionda per cacciare le "berebetoe" (lucertole) in casa non abbiamo mai avuto armi, fagioli sempre, ma piantati con cura e senza arrecare danno ad alcuno.

Per tentare di capire il senso della famigerata nomea è conveniente conoscere il percorso del suddetto “piantatore di legumi” che, diversamente dagli abitanti dei paesi vicini, già agli inizi del secolo scorso, si trasforma da contadino a commerciante. Sono dunque gli scambi, non solo materiali, con i forestieri che iniziano a caratterizzare la ristretta comunità e ad intarsiare le costumanze più di quanto abbiano fatto i contadini con le loro arcaiche tradizioni.


ieri
ieri
oggi
oggi

Il paese è l’ultimo approdo per i “burci” che risalgono il fiume trainati da uomini e bestie lungo la ”restera”. Sono carichi di varia mercanzia e di varia umanità. Sui loro spalti a pelo d’acqua, al cospetto del “peota” (pilota, proprietario) hanno luogo le trattative che verranno, più tardi, patteggiate sotto i portici del paese e nelle “ostarie” con un paio di "ombre de vin nero".

I villani ora sono mercanti, trafficanti di cose proprie ed altrui e sono diventati, mantenendo l’innata furbizia, più scaltri dei loro progenitori.

Le ostarie aumentano di numero, danno ricovero e sostentamento e sono punto d’incontro tra barcaioli e contadini.


Le ostarie diventano ben presto emblema, stendardo fluttuante ad un vento bislacco alto sul “campanile più alto d’Italia”.


Diventano "vanto", forse il più forte e persistente, dei Noventani.


E se alla fine degli anni sessanta vi erano tante “ostarie”... tante, troppe, ve ne sono ancora.

Si tratta, ieri come oggi, di un aspetto popolaresco e piuttosto rozzo, non sempre sbandierato, ma mai sottaciuto, una invariabile declinazione della spontanea tradizione paesana. Uno sfoggio magari non condivisibile, ma senz'altro autentico!

Quante volte abbiamo elencato le bettole, con il loro nome e soprannome, quante volte ne abbiamo aggiornato la conta? Quante volte io, che abitavo in via Argine, ho sentito gli schiamazzi, le urla, i canti e le risate da esse provenire. E qualche “pittoresca” bestemmia mal digerita.


Sotto i portici, sugli antichi “masegni” in marmo, accanto alle colonne sbrecciate, tra i voli radenti delle rondini o al riparo dalle gelide raffiche di bora il paese si riconosceva, si scambiava una pacca sulle spalle e non si fermava mai! Le “ostarie” si mischiavano e si confondevano con le “boteghe”. Le locande con le trattorie e le bettole con l'uscio di molte case. E gli uomini e le donne e anche noi, marmaglia di via Argine, eravamo, in questo anfiteatro magnifici e spesso inconsapevoli attori.


Via Piave: Poste, Teresina e Cartoleria
Via Piave: Poste, Teresina e Cartoleria

Per ogni locale, per ogni buco e ad ogni padrone di quel buco potrei dedicare una storia. Un giorno, forse, lo farò.

Ora, per non perire di stanchezza narrativa ho dovuto, mio malgrado, recidere fronde rigogliose di storie e di aneddoti, sfiorare persone stupefacenti e persone ordinarie, ignorare angoli e prospettive di persistente memoria. Ho lasciato lambire lo sguardo, leggero, sospinto dal cuore incontro a voci, umori ed odori che non posso raccontare fino in fondo…


… subito dopo il tunnel, in direzione del centro del paese... la prima ostaria sulla destra…

l’oste, il Sig. Peruch, è un uomo implacabilmente serio e impettito. Il suo è un bar disadorno, per me, in quel principio incantato degli anni settanta, un posto "solitario", introverso come quell'uomo dietro al bancone.

Una decina di metri dalla “svoltada” con via Lampol, un forno ed un “forner” (panificio) con troppi nomi: Padovana, Piovesana, Calderan? Nomi mai sbrogliati, ma da quel forno ogni giorno, al mattino, il profumo del pane caldo arrivava al civico 35 di via Argine. Fin dentro casa mia.

Accanto ad esso, l'ostaria Trevisan, luogo da batti-carta, cicchetti e cori alpini dove, ogni venerdì sera, tiravo la giacca a papà per ricordargli che la cena era pronta e la mamma, spazientita, lo reclamava.

Al “canton” con via Argine uno “scarper”, come “scarper” lo era il mio nonno paterno. Il padrone, il Sig. Bergomet, che le scarpe, oltre che ripararle le vendeva con magniloquenza prossima allo sfinimento.

Di fronte, dall'altra lato di Via Piave ancora un'ostaria. Mi ricordo in estate, con le porte spalancate, la fila per vedere le prime trasmissioni in TV. Un rumore di sedie trascinate e l'improvviso, attonito silenzio davanti allo schermo in bianco e nero, preceduto da righe grigiastre, intermittenti, dall'alto in basso e viceversa. Ancora oggi è l'osteria Venezia.

Poi la Pina e il suo Bazar. Era questo il nomignolo esotizzante della bottega delle passamanerie e dei bottoni, dove mamma, sarta e rammendatrice, mi mandava ogni giorno a prendere qualcosa, una fettuccia di "grongren" (dal francese gros grain) o mezzo metro di elastico per mutande; quindi la farmacia e, all'angolo con via Borgo, Remo Polato, poliedrico e roboante venditore di frutta e verdura. Mio vicino di casa. La pescheria di Archilio,  imbonitore di tutte le massaie.


Dal lato opposto, sotto i portici, Meno il meccanico, fornitore inconsapevole di camere d'aria per le mie fionde; il panificio del severissimo Sig. Pasqual è di sua moglie Ivana. La drogheria di Creto stracolma di cose odorose, alcune puzzolenti: le aringhe, il baccalà, il tonno a pezzi sulla carta oliata gocciolante. Subito accanto a Creto l'ampia ostaria con biliardo gestita dalla Signora Colomba e da sua figlia Colombina.

Sempre al riparo dei portici, Milo il macellaio, il preferito della mia mamma. "Luigino vai da Milo e fatti dare due bistecche, quelle buone da mettere in conto per tua mamma la Maria Brocoeo". Quasi ogni giorno la medesima solfa. Il Sig. Milo, alto ed austero, dietro il piano in marmo bianco, attorniato da ganci crudeli, prendeva in mano l'unico pezzo di carne senza ossa e senza pelle, lo guardava, lo rigirava, lo batteva talvolta con un mazzuolo e mi diceva "ciapa e dighe a to mama chel xe el mejo toc che go'". A me sembrava sempre lo stesso pezzo, quello di ieri e dell'altro ieri.


Via Piave: Meno, Pasqual, Creto, Colomba, Milo e Lilo
Via Piave: Meno, Pasqual, Creto, Colomba, Milo e Lilo
Angolo via Argine e Via Piave verso il tunnel
Angolo via Argine e Via Piave verso il tunnel

L'ultima parte dei portici era occupata dall'albergo e bar Zanetti. Il Sig. Lilo, "el paron”, era come il suo locale, scuro, accigliato e spaventosamente muto. L'entrata, in una specie di bow window (finestra sporgente) incassata a livello pavimento introduceva in un ambiente buio, con mobili in legno scuro e tende grosse in finto damasco veneziano. Non era propriamente un'ostaria, lì dentro c'erano solo uomini con il cappello e con la cravatta. Lì dentro c'era anche il telefono.

In una stanza appartata, anch'essa buia, con un odore di stantio fin dentro la cornetta, tanto che immaginavo la casa degli zii a Milano, invasa dallo stesso odore.

Per chiamare Milano il papà prendeva appuntamento con il Sig. Lilo per fissare l'orario, solitamente verso sera, quando le linee erano libere e gli operai altrettanto.

All'ora concordata, si compiva il rito, quasi una cerimonia profana: l'attesa in penombra, l'attesa del cerimoniere (sempre il Sig. Lilo), l'attesa della chiamata al e dal centralino, l'attesa della linea, l'attesa  del collegamento e... il rispetto della fila. Prima la nonna, diffidente e di poche parole, quindi il papà che aveva il diritto di parlare con suo fratello per primo, poi la zia, sorella dello zio, con la zia e la mamma con la zia. Poi, se rimaneva del tempo e il contatore dei soldi non reclamava, io e mio fratello solo per sussurrare un "ciao zio" molto sospettoso.


Via Borgo
Via Borgo

Dall'altro lato della strada, in posizione d'angolo strategica, ieri come oggi l'ostaria Sinel (il bar da Rolando). Centro, in tutti i sensi, della semplice e spontanea accoglienza del paese. Punto di ritrovo di accaniti giocatori di tresette e di scopa, di boccette e di biliardo all'italiana, quello con le stecche, tre bocce e cinque birilli. "Inventori" della “rossetta” (vino bianco e Rosso Antico) antesignana e/o parodia dell’odierno spritz.


Via Roma anni 40
Via Roma anni 40

Poi in disordine più o meno disordinato ed incompleto altre boteghe e altre ostarie. Ancora un calzolaio (Severo) un macellaio (Vittorino) il mitico e indimenticabile Cecino Pitus con la sua intricata foresta di chiodi viti cordame e pignatte. Tacabanda e il suo panificio sguarnito con la vetrina trasparente accanto a quella oscura della sartoria Casonato, Toto, meccanico di biciclette e motorini. Poi, lontano, al limitare con San Donà, di fronte quasi all'ostaria da Elio, Gino Gobo. Personaggio fuori dalle righe. "Animatore" assieme alla moglie di una "bottega moderna" di confezioni e abbigliamento.


Tornando verso il centro paese l'ostaria della "Vedova Alegra", piccola in una casetta piccola con i soffitti bassi, spesso chiusa e spesso ignorata, quindi un po' più avanti, appena svoltato l’angolo con via Guaiane, la Gema, donnina minuta e mansueta in una stanzetta tra dolciumi e quaderni e gelati per bimbi e scolari, e per qualche furfantello.


Via Piave angolo via Argine
Via Piave angolo via Argine
Via Piave angolo Via Borgo
Via Piave angolo Via Borgo

In prossimità del centro ancora un'ostaria, molto piccola, quasi un corridoio gestita dal Sig. Feltrin detto Bigolo. Lì accanto il Sig. Faganello con la frutta e verdura esposta in casse lungo il marciapiedi e le panne (gelato al latte tra due biscotti) nella ghiacciaia; Teresa Sfera abbigliamento e Piero Sfera detto Piero Severo calzolaio; Bassoli detto Ciuci, caramelle e cioccolatini nel vestibolo di casa. La tabaccheria Tinazzi, la Emeta Baldo in un buco a vendere gli ortaggi di casa e Piero Tega barbiere.

All’angolo con via Romanziol l’ostaria Trecui dal nomignolo pittoresco la cui origine è facilmente intuibile e, e... molti altri, fino alle remote periferie di Romanziol e Guaiane con le ostarie assieme alle boteghe di generi alimentari (casoini) Soligon e Piazza.


Ostaria Trecui
Ostaria Trecui
Ostaria Soligon (La Bersagliera)
Ostaria Soligon (La Bersagliera)

Ognuna di queste ostarie, e qualcuna l'ho tralasciata (ho fatto una mappa, probabilmente incompleta), aveva la propria tipologia di avventori. In tutte si batteva la carta e in tutte teneva banco la “cassa peota”. In tutte le ostarie, bettole o bar, alcune categorie di frequentatori non sottostavano alle regole dell'oste. Erano i vagabondi nostrani che da mattino a sera, come ombre attratte da altre “ombre”, peregrinavano da ostaria in ostaria per essere banalmente derisi, per generare insulsa ilarità e repulsione talvolta. Un giorno, forse, anche di essi parlerò.


Due amici, due artisti, due Signori
Due amici, due artisti, due Signori

Però non voglio chiamarli ubriaconi, certo alcuni lo erano, ma molti erano di più. Erano piccoli saltimbanchi, ridicoli buffoni, geniali teatranti e solo alcuni, davvero pochi, "disperati'.

Non erano certo loro il vanto del nostro paese.


Le ostarie? Forse.



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3 Comments


Guest
6 hours ago

Ciao. Non so chi sei. Lasciate sempre il vostro nome. Certo che conosco la storia della Maria Svelta. Si racconta che un cliente chiese alla Sig.ra Maria un cannolo con la crema. Dopo dieci minuti Maria tornò per chiedere al cliente se la crema la voleva nel cannolo o a parte... dopo ancora dieci minuti e sempre a mani vuote chiese: "il cannolo lo magna qua o glielo incarto? ". Passarano altri dieci minuti e ritornò dicendo "i xe finii ma in sinque minuti me marì li prepara"...

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Guest
11 hours ago

Vorremmo sapere la storia della cosidetta Maria Svelta, tu la sai?

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Valter
11 hours ago

Carissimo Gigi ogni volta che arrivo alla fine dei tuoi racconti mi rimane una piacevole sensazione. Riesci con naturalezza e leggerezza a riportare alla luce storie e vissuti che sono disperse ormai in poche persone. Penso che tutti i vari personaggi, di cui hai fatto memoria, ti sono (al presente) grati per questo. Un abbraccio!

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