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MENONA

  • Writer: Luigi Perissinotto
    Luigi Perissinotto
  • 1 day ago
  • 4 min read
29 Maggio 2026

Ho sempre visto mia nonna Iseta vestita di nero. Sempre con abiti scuri, con piccoli disegnini scuri, con minutissimi fiorellini color viola. Viola scuro.

Ho sempre visto la mia nonna paterna dentro una vecchia signora con il "cocon" (chignon) grigio. Sempre con la medesima imperturbabile espressione, talmente assorta da sembrare inespressiva. Una maschera a celare sentimenti emozioni e storie personalissime e mai svelate. Non sono mai riuscito ad immaginare la nonna ragazza, la nonna giovane, la nonna fidanzata.



Lei parlava poco e sottovoce, non sorrideva quasi mai ed i suoi occhi grigi, quasi opalini erano occhi vertiginosi che sempre scrutavano oltre il mio sguardo, occhi che percorrevano pianure e montagne remote. Occhi infiniti.


Alla mia nonna avrei voluto chiedere mille cose e mai ho chiesto qualcosa. Non ho chiesto della sua famiglia. Non so dei suoi genitori e dei fratelli ancora mi confondo. Non so se ci fossero o se fossero mai stati vivi. Sicuramente c'era la zia Maria. Sua sorella. So invece dov'è vissuta da giovane, ma forse mi confondo sul luogo dov'è nata. A Treviso, ai Quattro Santi o in Fiera lungo la "restera" del Sile?


Fratello di nonna ?
Fratello di nonna ?

La nonna Elisa aveva un armadio in noce con due ante in radica fiammata che, ai miei occhi, parevano un fantasma in procinto di spiccare un balzo su di me. Aprivo l'armadio ed in esso trovavo quello che la nonna non diceva. Il pastrano del nonno. In tessuto forte, spesso e nero. Di nascosto l'indossavo, come si trattasse di entrare in un sarcofago. Tremavo e mi piegavo sotto il suo peso mentre i miei piedi cadevano e sparivano in un buco profondo ed invisibile.

Sentivo il nonno, il suo odore e le sue sofferenze. E non conoscevo nulla o poco anche di lui che se n'era andato prima che io nascessi.


C'era anche un suo cappello. Con le falde tese e la fascia grigia senza grinze, perfettamente liscia. Troppo grande per me. Sentivo la sua forza lì, dentro al cappello, al buio nonostante gli occhi aperti contro il feltro odoroso. Sapevo che il nonno non era stato una persona vigorosa e la sua forza, come diceva papà, era il suo sapere, la sua dolcezza e la sua bontà. E tutto era rimasto lì, dentro il suo cappello, accompagnato da uno sparso e stantio odore di brillantina.



C'era una scatola di legno sul fondo dell'armadio. Conteneva poche foto, trascurabilissime, quasi francobolli in bianco e nero con i bordi frastagliati e con persone lillipuziane, sconosciute, in posa lontanissime negli orizzonti sterminati. Alcune medaglie della grande guerra, un rosario, poche monete d'argento e altri miseri oggetti consunti. Anche il contenuto della scatola non ebbe mai rivelazione. Solo suggestioni di un fanciullo dentro ad un armadio.



C'era infine un libretto nero. Con mille figurine tra le pagine. Con mille santini e mille preghiere. Ma sapevo che la nonna non le recitava. Non quelle almeno.



Anche la sua camera, dove il letto era condiviso con i due nipoti (io e mio fratello), mentre la nostra sorellina Lorella Regina, piccola indifesa e fragile dormiva con mamma e papà nell'altra stanza, era un luogo riservato e sempre in penombra. Noi potevamo entrare solo per dormire. Mai vista la camera inondata di sole, mai visti i dettagli, mai visto il colore del copriletto.


Iseta con i nipoti Roberto e Luigino - Iseta in un raro momento di riposo
Iseta con i nipoti Roberto e Luigino - Iseta in un raro momento di riposo

Dai vecchi "balconi" (scuri) in legno, fessurati dalle intemperie, entrava una lama di luce e un pulviscolo rarefatto e ondivago come lo spettro delle farfalle.

I due comodini, al lato del letto, erano solo per i pitali (bocal) e quello dalla nostra parte, al mattino, era sempre strapieno e debordante, pesante da alzare e impossibile da non sversare sul pavimento (siolo) di abete bianco, liso e inciso dai reiterati lavaggi con varechina.



La nonna, prima di coricarsi, disfava il "cocon" sfilando due forcine in osso svelando una lunga treccia di grigi capelli ben oltre metà schiena. Poi, sotto una pesante coltre, in inverno riscaldati dalla "monega" (tradizionale palchetto in legno per tenere alte le coperte sopra un braciere incandescente), in estate avvolti in un attaccaticcio lenzuolo, imperterrita dava inizio alle orazioni. Era la sola digressione alla sua inconoscibile fede mai dichiaratamente professata. Anzi spesso e per alcuni precisi accadimenti, censurata (vedi “Radici II - I Nanei” del 18 ottobre 2024).

Erano tre preghiere, sempre le stesse, sempre nel medesimo ordine: Ave Maria, Atto di Dolore ed Eterno Riposo. Per noi un tormento senza fine. L'Eterno Riposo credo non averlo mai raggiunto tanto mi sembrava lungo l'Atto di Dolore.


Aveva solo poche e precise, quasi maniacali, "distrazioni": una tazza di caffè allungato con il vino rosso, qualche punto ai ferri, quanto bastava per un berretto di lana gialla con il fiocco grosso, anch’esso giallo e, alla sera, prima di salire in camera un cucchiaio di magnesia bisurata sciolta in acqua calda.



Di giorno Iseta cucinava. Iniziava quando ancora tutta la famiglia era a letto. Non so cosa precisamente contenesse, ma un tegamino (tecet) sulla stufa a legna, sfrigolava in continuazione sprigionando odori di buono per tutta la casa. Erano quattro stanze. Bagno (I^ eufemismo) all'aperto e in multiproprietà (II^ eufemismo).

Poi, dal "tecet" passava alle "tece" (vedi “Tece” del 20 giugno 2025), e dagli odori si passava ai vapori. Le patate per gli gnocchi a bollire e a spelare in mezzo a nuvole dense e biancastre, trippe sul fuoco tre volte, tra olezzi di bassa macelleria, oppure ricchissimi intingoli di carni succulente in salse di pomodoro in un effluvio di erbe aromatiche e rosmarino.


Poi c'era il menù speciale per me. Tutti quegli aromi quei profumi e quelle preparazioni gustose e complicate venivano immediatamente soppiantate dal cibo più semplice che si possa immaginare, inodore quasi, incolore quasi. Un cibo che ancor oggi è il mio "comfort food".

Tre bianchi ingredienti: due manciate di riso, burro (fatto in casa) e parmigiano (grattato). Il massimo della semplicità, al limite del banale. Per me insostituibile.


Era Il piatto di giorni frenetici, quando anch'io lo ero.

Irrequieto esuberante indisciplinato, ma con Menona accanto, lenta, ampia ed immutabile come le anse del fiume al di là dell'argine.



1 Comment


Antonella
6 hours ago

Si assapora tutto l'amore che avevi, ed hai, per Lei. Ti voglio bene Gigi.

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