ZONA DEPRESSA
- Luigi Perissinotto

- May 5
- 6 min read
5 Maggio 2026
Zona Depressa: era una spina conficcata nel mio piccolo cuore.
Passato il bar da Elio, sul lato sinistro di via Roma tornando verso casa, un grande cartello urlava in maiuscolo due scandalose parole: "Zona Depressa"!

Era un'insegna incredibile che mi attraeva e mi sgomentava. Mi deprimeva anche, per la sua palese insensatezza.
Erano parole nere impresse irriverenti sulla tavola di panforte alta e lattiginosa che si ergeva, vigliaccamente, non appena imboccata la via asfaltata che porta in paese, dopo le fatiche dello stradone in ghiaia del nonno.
Osservavo furente quelle stupide righe e le strane parole precedute da numeri e da altri numeri seguite. Lettere sciolte e poi puntini e poi ancora numeri con tanti zeri. Nell'insieme era tutto un grande mistero... tranne l'inusitato avvertimento "zona depressa", o meglio… anch’esso!
Era un sonoro pugno nel muso. Dritto sul mio naso, e riservato, questo era chiaro, esclusivamente al sottoscritto.
Zona depressa rispetto a che cosa? Depressa perché stanca? o triste o perché bassa sotto il livello del mare, forse sottosviluppata? Abitata da donne e uomini reietti?
Era un errore, un insulto, una evidente presa per i fondelli. Depressa era mia zia! I suoi occhi, i suoi capelli arruffati e la sua voce fioca, non quella zona ai lati della strada, esuberante, piena di vita e di viti e di campi di granoturco, e men che meno lo era Noventa! Eppoi per quale motivo, solo venti metri prima, non lo era anche San Donà?
In quel momento avrei voluto essere Attila, senza per altro sapere chi fosse, o qualcuno del genere.

In quei giorni, alla fine degli anni sessanta, ero un ragazzetto libero come un uccellino e potevo perdere e disperdere il mio tempo senza parsimonia, vagare tra i campi, arrampicarmi tra i fragili rami dei salici e cacciare le rane nei fossi o pedalare in bicicletta fino a quando il campanile del paese sprofondava in un mare di mais. Fino a quando, nel tardo pomeriggio, terminato il vagabondaggio passavo dal nonno, in quella casa che all’epoca mi sembrava una fattoria e un luna park, per poi rientrare casa. Quasi sempre lungo il medesimo tragitto. Il più breve.
Quasi sempre in faccia alla zona depressa!
Avrei potuto seguire un percorso diverso, leggermente più lungo. Avrei potuto aggirare l’ostacolo e, con la fionda, cacciare le lucertole tra le crepe del muro di cinta dello Jutificio, addirittura fischiettare pedalando lungo le stradine deserte a ridosso dell’argine della Piave… ma quella scritta nera, quella orrenda dicitura, era una calamita! Un continuo e reiterato tormento!
La sua nefasta attrazione era fonte e parte integrante del mio odio e della mia ossessione.
Nonostante gli sforzi non vi era alcuna scappatoia, il mio corpo i miei occhi e soprattutto la mia bici diventavano entità autonome e andavano per proprio conto, attratte e soggiogate senza controllo.
Di conseguenza, mentre pedalavo, di sbieco come un zombie nella speranza di non vedere cosa si palesava al lato della strada, l'infamante insegna si avvicinava e la mia rabbia montava metro dopo metro.

Talvolta, mentre oltrepassavo quella sciagurata linea di confine, chiudevo gli occhi convinto di riaprirli in una zona tetra, grigia e triste e spoglia. Depressa appunto! Come sosteneva quell’insulsa tavola di compensato. Poi ad occhi aperti, con delusione quasi, mi rendevo conto che di qua o di là del cartellone nulla cambiava.
Il sole illuminava i campi in entrambi le porzioni di terra ed anche il cielo aveva lo stesso azzurro e l'erba il medesimo verde e persino il mais cresceva bene ed era alto e florido come quello alle mie spalle.
“Zona depressa, depressa perché triste? depressa perché ammalata!” ripetevo tra me e me senza trovare risposta, senza capirne la ragione.
Questo palese controsenso annichiliva il mio già precario equilibrio e m'accendeva d'ira. Avrei voluto annientare quella tracotanza di blasfemie, incendiare il tabellone che le tratteneva, abbatterlo, distruggerlo, ma per mancanza di coraggio, mi accontentavo di pisciarci addosso.
Quasi ogni giorno, nascosto malamente tra le cannucce del basso e sconnesso fossato, giusto alla base dei pali annaffiavo i legni nella speranza di poterli almeno corrodere.
Ero un piccolo vandalo e ne ero fiero! Tra l'altro, essendo una rispettabile recluta della banda di via Argine, il "mestiere" di vandalo lo sapevo fare sin troppo bene. Talmente bene che un bel giorno i pali di sostegno in legno vennero sostituiti con due grossi tubi di ferro che mi costrinsero a cambiare strategia.
Passai quindi dall'elemento di sfregio liquido a quello solido e di selezionata provenienza.
Dal nonno raccoglievo, senza difficoltà, il materiale necessario, in generale robaccia immonda e puzzolente: deiezioni di polli, carcasse e pelli di coniglio, uova e varia immondizia. Tutto finiva in una vecchia pignatta di alluminio recuperata nel "ferovecio" che poi, in corrispondenza del pannello bianco, quasi senza rallentare, svuotavo sul fondo della lieve scarpata dove erano conficcati i pali di sostegno.
Dopo poco tempo, per cause esclusivamente a me imputabili e collegate al "deterioramento territoriale” ed alle imboscate dei residenti, dovetti abbandonare la mia battaglia materiale per concentrarmi su quella psicologica. Complicandomi la vita.
Cercavo le motivazioni che potessero giustificare il lapidario insulto, il fatto scatenante e le origini del crimine e le colpe, soprattutto le colpe! Ma era molto difficile trovare un capro espiatorio. Tra l'altro le motivazioni vagavano inafferrabili in un territorio talmente etereo (leggasi burocratico) che, all’epoca e a quell’età, oltre ad essere sconosciuto non mi apparteneva affatto!
Individuare le responsabilità, identificare gli ideatori, cercare le facce del colpevole o dei colpevoli, mi sembrava quindi più facile. Mi concentravo pertanto esclusivamente su questi obiettivi cercando, tra le persone del paese, tra i passanti e tra gli abitanti della case vicine alla linea di demarcazione tra i due territori, i volti, ovviamente quelli cupi e miserevoli dei colpevoli.

Trascorso un breve periodo di osservazione mi convinsi che la colpa non poteva che ricadere su coloro che abitavano prima (provenendo da San Donà) del tabellone. Prima quindi della zona dichiarata depressa. Iniziai a concentrare la mia attenzione e la mia ricerca verso un particolare punto che consideravo strategico e dove la gente, più che in altri posti, si fermava: il bar osteria da Elio.
Questo locale, tutt’ora esistente, situato all’angolo tra la strada del nonno e la Provinciale, era all’epoca anche un "casoin" (drogheria). Spesso entravo per acquistare qualcosa per mamma, farina di mais per la polenta, zucchero o sale. Inizialmente a malavoglia poi con sempre maggiore interesse e curiosità.
Ben presto mi resi conto che facce strane e poco raccomandabili, lì, sedute ai tavolini o appoggiate al bancone, ce n'erano in abbondanza! Iniziai a tenerle d'occhio.


Erano in maggioranza avventori abitudinari, contadini e muratori, ed in buona parte "estimatori" del buon vino. C'era anche qualche buontempone e qualche "fuori di testa".
Poi vi erano quelli con caratteristiche strane e per me alquanto singolari e, di conseguenza, senz’altro sospetti. Costoro avevano barbe attorcigliate, nasi lunghi ed aquilini, capelli impomatati e capelli arruffati, sopracciglia e pappagorge imponenti. Insomma non avevo che l'imbarazzo della scelta.
Uno fra tutti era in possesso dei requisiti che cercavo e pareva indubbiamente un tipo ambiguo: passava ore intere da Elio con in mano un'ombra di tocai, raccontava storielle, barzellette ed altre facezie che sembravano divertire la gente, aveva un grosso naso adunco ed un sottocollo di pelle fluttuante, grande come mezzo orecchio di pachiderma, che io chiamavo “bisteca”.
Probabilmente era lui il colpevole. Ed era il nonno "Momi"!


Una scoperta sconvolgente!
Il nonno? Per quale astruso motivo il nonno era il colpevole? Nella mia testa cercavo una risposta e la più sensata era... la burla. Il nonno era un equilibrista della burla. La usava in continuazione, soffusa e vaga ovvero grave e fastidiosa. La usava con tutti, anche con i nipoti e con me in particolare. Spesso traeva dalla tasca dei pantaloni un ciuffo di erba secca e lo poneva tra le mie mani incalzando in dialetto “Pora bestia. To mare no te dà da magnar, te si massa seco. Ciapa quà e magna!” (Povera bestiola. Tua madre non ti dà da mangiare, sei troppo magro. Prendi questa e mangia!).

Il nonno, contadino malmesso e defilato in mezzo ai campi, voleva probabilmente prendere in giro i “gagà” del Centro e quel cartello sembrava, ai miei occhi, esattamente una presa per i fondelli. Diceva che i “signorini” potevano anche essere tali, con le braghe stirate e la cravatta, ma erano depressi!
Nella mia testolina questa era la soluzione più logica…. ma, nonostante l’inoppugnabile metodo di indagine ed i risultati acquisiti, mi restavano alcuni dubbi.
Dovevo assolutamente confrontarmi con un esperto. Pensai a mio fratello Roberto di un anno più giovane ed assolutamente indifferente al "richiamo" della "Zona depressa". Poi alla nonna che non sapeva né leggere né scrivere. Infine al mio capo banda del quale non ero così certo della comprensione del problema e soprattutto della sua reazione. Poteva anche uccidere il nonno!
Ma dovevo assolutamente dirlo a qualcuno. E non certo al nonno! che era parte in causa e del quale avevo un po' paura.
Il passare del tempo risolse i miei affanni.
Un pomeriggio, mentre rientravo a casa, al posto del tabellone c'era un incantevole vuoto. Uno scampolo di cielo mai visto! Non era più necessario socchiudere gli occhi, imprecare od inveire contro il nonno. Finalmente l'unica depressa restava la zia.




Sempre bello leggerti ...
Ti sembra di viverla la storia !
Ciao Gigi Grazie
Scrivi ancora 👋👍
Caro Gigi...oltre che lo scrittore di narrativa storico descrittiva appassionata, avresti potuto intraprendere pure la carriera del detective o del Pubblico Ministero...con una metodica di indagine da fare ombra pure a Travaglio ! Scherzi a parte, meglio esplorare zone meno depresse....e riscoprire tramonti....aurore...arcobaleni....affetti, compreso Nonno Momi! Buona notte. Annamaria
Sempre inrteressante e molto ben scritto.
Grazie
Giancarlo
Leggo sempre con piacere e curiosità i tuoi ricordi. E questo ricordo del nonno è proprio grande! Grazie Gigi.
Sempre un piacere leggerti