Sotto il burcio
- Luigi Perissinotto

- 4 days ago
- 8 min read
7 Marzo 2026
Inizio questo racconto con una testimonianza banalmente confidenziale: mio padre è stato un eroe!
Un uomo coraggioso, altruista e, nelle circostanze che mi appresto a raccontare, palesemente avversato se non addirittura disprezzato.
Mio padre ha salvato tre vite umane e due di queste, due donne, assolutamente non riconoscenti nei suoi confronti.
Lui però non raccontava queste storie.
Forse per modestia, forse per una immotivata ritrosia ed è solo aprendo distratti cassetti, ascoltando voci sommesse ed incrociando pudici tremori che sono riuscito a far affiorare, dalle pieghe della discrezione famigliare, tracce di un "inutile" eroismo.

Perché mio padre ha commesso, reiterandoli, alcuni peccati d'altruismo ed evidenti errori di "dissoluta" bontà.
Il primo episodio avvenne in tempi remoti, mai precisamente collocati nell’ammuffito calendario di famiglia. Prima della mia nascita.
Riporto quanto zia Elsa, sorella di papà, controvoglia mi disse sfiorando una lapide, con la foto su ceramica di una giovane e bellissima donna.
Quel giorno, mi disse zia, verso l'ora di pranzo suo fratello Aldo (mio padre) in sella alla bici “Michelin Piave” di suo padre (mio nonno), scendeva lungo la piccola china all'inizio di via Lampol poco prima del "tunnel" verso via Argine.

In paese chiamiamo, con suprema e quasi ridicola enfasi "tunnel" quel buco, perché di un buco si tratta, lungo poco più di tre metri largo altrettanto e alto forse il doppio, che perfora l'argine della Piave in favorevole e mediana prospettiva con il centro storico del paese.
Da quella singolare apertura, una specie di imbuto sonoro, giungevano in paese concitate grida ed incomprensibili squillanti richiami. Quel vociare pareva, anche ad Aldo, solitamente riservato, ancorché abituato agli schiamazzi di piazza, troppo insistente, troppo acuto e, ad ogni colpo di pedale, sempre più intenso al limite del parossismo.
Oltre il tunnel, al di là dell'argine, fuori dal borgo storico era decisamente un altro mondo. Il ragazzo in bicicletta lo sapeva bene. Quella terra era la sua terra, praticamente il cortile di casa. Da quella parte, al riparo degli argini, accadeva di tutto, ogni giorno ed ogni notte.
"Sotoriva" era, ed ancora è, il nome che noi paesani utilizziamo per identificare quel territorio. Era la giungla del nostro paese. Con sentieri intricati, alberi frondosi e guadi inattesi ed animali, per lo più domestici ed inoffensivi ed indigeni spesso molto più pericolosi degli animali. Barcaioli, pescatori e macellatori, operai e sfaccendati, uomini e donne. Molti giovani e molti marmocchi, alcuni stravaganti personaggi e un buon numero di ubriaconi.
“Sotoriva” davvero non aveva segreti per Aldo che, senza alcun tentennamento, infilò di corsa il tunnel per capire cosa stava accadendo dall'altra parte.
Lasciò la preziosa “Michelin Piave” accanto al macello e scese a scapicollo fino in riva al fiume dove un gruppo di persone serravano gli uni con gli altri, tra urla concitate ed ampio gesticolare. Anzi, alcuni di essi, con "lievi" bestemmie in guisa di implorazioni.
Poi, sempre più forte, in dialetto e quasi all'unisono: "a se nega! a se nega!" (si annega!).
La piccola folla immediatamente zittì, ora solo gli occhi parlavano, fissi, lanciati spauriti ed accesi come dardi sul centro del fiume, dove una donna stava "dolcemente" annegando.

La donna non annaspava, non si dimenava e non chiedeva aiuto. Stava solo planando, come placida falena, verso la profondità delle acque verdi della Piave. Chi era? Non aveva importanza.. c'erano uomini forti lungo la riva, probabilmente barcaioli o pescatori, ma mio padre non si pose quella o altre domande, semplicemente si buttò.
Era un uomo piuttosto esile, prudente e schivo, un giovane falegname e un amico del fiume e la trasse in salvo.
La zia non mi ha mai svelato il nome di quella donna salvata dalle acque, non era certo la giovane e bella signora della lapide in cimitero, mi ha solo detto che morì, alcuni mesi dopo, per annegamento. Nella Piave. Nello stesso punto. In silenzio.

Ero già un soldatino della banda di via Argine quando avvenne il secondo episodio di eroismo.
Era una domenica, un tardo pomeriggio estivo, silenzioso ed assolato e papà, al piano superiore di casa, stava disteso sul letto, spossato, in mutande e canotta, nel tentativo di lenire le fatiche di una lunga settimana di lavoro che iniziava il lunedì e terminava la domenica a mezzogiorno.
"Sotoriva" di domenica si trasformava e diventava un luogo silenzioso, quasi un giorno di pace e quiete improvvisa dopo una settimana di burrasca. Durante i giorni lavorativi il rumore era invece assordante.
Proveniva principalmente dal frantoio, il gigantesco congegno per la triturazione delle pietre, dai "macachi", le gru rotanti utilizzate per lo scarico della sabbia dai “burci" e dal passaggio dei camion attraverso il tunnel.
La domenica pomeriggio, in estate, con le finestre aperte, solo le cicale osavano disturbare il leggero sonno e Aldo, a causa di un'afa pesante e densa come melassa, non dormiva.

Improvvisamente risuonò forte, in frenetica successione il suo nome: "Aldo! Aldo! Aldo!", seguito dal nome ripetuto di una donna: "Taresa! Taresa!".
Io conoscevo una anziana signora di nome Teresa. Era spesso da noi, arrivava quando papà non c'era con dei lavori di bassa sartoria per la mamma.
Mi ricordo la sua grigia presenza, il fazzoletto nero a coprire i capelli, il tono sibilante della sua voce al mattino presto e la sua insistenza per delle cose strane da far fare a mamma: "sossoneti, imbastidure, gasi e cavaloti" (inutili pieghe, cuciture provvisorie, impunture definitive e rinforzi di tessuto). Mamma la accontentava sempre. Gratuitamente.
Un po' mi intimoriva quella donna magra vestita di scuro con la quale non avevo mai incrociato lo sguardo.
Quel pomeriggio il suo nome “Taresa”, associato a quello di papà mi sembrò subito un accostamento inverosimile ed alquanto funesto.
Non so per quale motivo, per quale misterioso presentimento, ma sembrava che mio padre aspettasse quel richiamo, una specie di perentorio e velenoso allarme che non lasciava spazio ad equivoci. Toccava a lui! Non vi erano dubbi.
Lo vidi saltare dalla finestra del secondo piano direttamente sulla pensilina dell'ingresso e da lì, con un agile balzo, nel cortile di casa per poi inerpicarsi, a grande velocità, lungo il crinale dell'argine e scomparire al di là di esso. E noi ad inseguirlo inutilmente.
Papà tornò a sera inoltrata. La mamma e la nonna e la zia non aprirono bocca. Già sapevano, era la seconda volta che la “Taresa” ci provava. La prima volta si fermò in stato confusionale al limitare del fiume. Quel giorno papà la riportò a riva.
La “Taresa” continuò a frequentare la mia mamma con le medesime modalità e con le medesime richieste di sempre e il suo sguardo non incrociò mai il mio.
Poi papà stanco di salvare gli altri salvò me.
Era inverno. Novembre forse, e la nebbia, non fitta ma bagnata, chiudeva ogni orizzonte oltre gli orti e le abitazioni di via Argine.
Le campane scandivano dodici colpi di martello. Era quasi ora di pranzo e, nella piccola cucina, la nonna batteva il mestolo sul pentolame sopra il fuoco a legna della stufa economica. La mamma preparava la tavola e papà tagliava salumi e formaggi per otto persone.
Mancava lo zio Bruno. Senza di lui non era possibile iniziare.


Ero molto affezionato allo zio, un uomo burbero, ma nello stesso tempo loquace e rumoroso. Un grande mangiatore un buon bevitore un provetto muratore e un accanito pescatore. E nella pesca, quel mattino, lo zio si stava attardando più del solito, tanto da innervosire la nonna, implacabile all'ora di pranzo.
Era dunque mio il compito di andarlo a cercare "sotoriva" lungo la Piave.
Non era la prima volta e conoscevo i posti preferiti dello zio nel breve tratto di fiume davanti casa, nella grande ansa semicircolare che esso formava dalla curva di via Cà Meno fino al macello.
Un buon posto era proprio un recesso franoso in linea perpendicolare al lercio muro color rosa del macello, edificato a destra del tunnel a pochi metri dalla spalliera, in quel tratto cementificata, dell'argine.
Un posto dove scaricava nel fiume un orrido e puzzolente rigagnolo di sangue ed altri umori grondanti dalle bestie macellate e che formava una chiazza rossastra straordinariamente attrattiva per i pesci.

La leggera foschia non mi impediva di scandagliare il profilo della riva, ma i cumuli di ghiaia e sabbia del cantiere e gli avvallamenti nascondevano alla vista gli anfratti più bassi e prossimi all'acqua. Chiamai quindi a voce stentorea lo zio Bruno.
Mi rispose con un verso lontano e caliginoso, simile ad una lugubre risonanza proveniente dal centro del fiume.
Quel suono gutturale, forse a bassa voce per non allarmare i pesci, fu per me sufficiente per capire che lo zio si celava, invisibile ai miei occhi, tra i burci alla fonda.
In quegli anni i burci, accostati gli uni agli altri occupavano, come una enorme successione di sbilenchi tasti neri, l'intero letto del fiume e non di rado, noi ragazzi, eravamo in grado di raggiungere la sponda opposta saltando da uno scafo all'altro.

Lo zio stava certamente pescando sugli spalti di un burcio ancorato al centro del fiume, il terzo dalla riva probabilmente. Il punto migliore per lanciare le sue canne da pesca.
Chiamai ancora, ma le murate dei grandi barconi creavano uno schermo fisico e sonoro tra me e lo zio. Decisi quindi di salire a bordo della prima imbarcazione, utilizzando il piccolo battello di servizio agganciato ad un palo sulla riva.
Non era un esercizio nuovo per me, già lo avevo fatto centinaia di volte per gioco o per difesa contro gli attacchi dei nemici "camemoti" (la banda di via Cà Meno).
Purtroppo le stive del primo burcio erano vuote, il materiale, la sabbia in esse contenuta era stato scaricato ed il ponte di coperta era, di conseguenza, troppo alto rispetto al livello acqua e faticavo ad arpionare, con le mani, la falchetta sul lato esterno del camminamento.
Solo dopo alcuni tentativi riuscii ad aggrapparmi ad essa, ora si trattava di salire a bordo a forza di braccia e gambe.

Ma le gambe erano corte e le mani non volevano lasciare la presa duramente conquistata.
Uno slancio maldestro allontanò il battello dal burcio e mi ritrovai a far ponte, arcuato ed instabile, tra le due imbarcazioni. Fintanto che le mani cedettero e lasciarono la presa.

L'acqua del fiume non mi parve così fredda, solo nera! Tremendamente nera e dura! La chiglia piatta del burcio mi storceva la testa e mi impediva di respirare.
Ero finito sotto il burcio.
Le mie braghe di fustagno ed il maglione di lana pesante fatto dalla nonna e le scarpe grosse non mi aiutavano a stare a galla. Annaspavo, gridavo (forse) e lo zio, lontano in mezzo al fiume, non mi sentiva.

La polenta era pronta in tavola e la nonna era stanca di aspettare. Papà era già sopra l'argine quando vide uno strano turbinio dell'acqua, uno guizzo argenteo di "reina" (carpa regina gigante) riverberare sulla nera catramatura dello carena. E due gambette affiorare e sprofondare.
Mi raccontò in seguito di aver fatto un unico balzo dalla sommità dell'argine alle acque della Piave. Di aver agguantato una delle due gambette. Di aver poi portato al caldo, davanti alla polenta ancor fumante, il suo bambino.
A fine primavera di quello stesso anno papà seduto sul battello guardava me e mio fratello, vestiti leggeri ma senza scarpe (troppo preziose per essere maltrattate), nuotare faticosamente da una sponda all'altra del fiume. Tra i burci. Anche sotto ai burci.




È proprio piacevole il tuo stile di scrittura!
Ti leggo col desiderio di scoprire cosa seguirà.
Sandra
Che bello! Ti si legge d'un fiato.
E poi, le storie di casa hanno un sapore dolce e commovente.
Grazie Gigi, per condividere con noi.
Antonella
Ciao Gigi,
Sempre bello leggerti...
Alla prossima!
Fabio Bozzy Bozzao