MATTONI ROSSI A LEIDEN - I parte
- Luigi Perissinotto

- 1 day ago
- 6 min read
Updated: 9 hours ago
27 Agosto 2026
Dedicato a Marzia

Marzia
andremo assieme
lungo i fiordi norvegesi
te lo prometto
fallo anche tu...
e respireremo assieme
l’aria fredda del nord
Marzia
andremo assieme
in Irlanda, in Bretagna
e più in là ancora
è una promessa
e raccoglieremo fiori
tra le scogliere
come fossero baci
come fossero giorni
tutti quelli che non ho avuto
il tempo di darti
gigi
I parte
Sono case alte, altissime e strette e affiancate, come soldati sull'attenti lungo i canali di Leiden, e sono di mattoni rossi. Si respira muschio e foglie di quercus macerate dalla pioggia.
Dietro un cancello di ferro e oro il tempo si è fermato e le scarpe nere lucide, di cuoio indurito, battono forte sul pavimento di pietra grigia. Migliaia di passi hanno levigato i marmi e migliaia di mani lucidato i bronzi.

Passano riflessi di uomini e donne, come fantasmi, sotto archi maestosi, attraverso porte strette dentro stanze di arazzi su muri staccati dalla storia e lontani dalla luce. Altre ombre rincorrono silenziosi corridoi sonori verso altre stanze sconosciute. In penombra, al buio o colme di luce smorzata.
Non ci sono esseri viventi, solo vecchi talenti in sfacelo. Echi sublimi di eruditi, voci portate dal soffio di menti eccelse.
Su altri muri su alte pareti altri marmi, con volti barbuti e cappelli quadrati con sotto incredibili nomi in rilievo e segni indecifrabili. Una specie di fiacca vertigine mi assale.
Stordisce l'assenza in mezzo alla pienezza, rimbomba un canto di alleluia sottomesso al trillo di uccelletti sui rami spogli di platano.
Il giardino dopo il tunnel di statue è la piazza dove scorrono i fiumi, è l'aria attraversata dal suono di voci di rinascita.
Un uomo vestito da giullare apre lesto un pesante portone tirando catenacci ben oliati e serrature di orologiaio. Una brezza improvvisa sfiora i marciapiedi, s'infila sotto i ponti ed increspa l'acqua marrone, risale mulinando tra pozzanghere dell'ultima pioggia notturna. Entra nel buio assieme ad un raggio di sole, la luce colpisce i mattoni rossi e rimarca le fughe di calce bianca.

Sopra i ponti, sopra ai canali, si raduna una piccola folla e sui marciapiedi qualche gatto, un gabbiano e un groviglio di biciclette con casse di legno, un tempo ricolme di mele. Il vento porta le voci assieme a silenzi rumorosi e parole sussurrate e qualche risata isterica. Di giovani ragazzi ma anche di vecchi fuori posto. Che non sanno parlare, che faticano a capire, che reprimono l'eccitazione con lacrime di attesa.
Qualcuno piano si avvicina, saluta serio il giullare mentre il giullare osserva sorridendo. Uno ha il vestito nero con code di rondine l'altro il cappello di Robin Hood e una tunica giallo-verde. E un mazzo di chiavi alla cintura. Uno è vecchio l'altro è uno studente.

È il primo di pochi seguito da pochi. A tre passi tremanti ci siamo noi due, Marzia quasi piange io fingo di non farlo, ma ho intenzione di farlo. Poi Francesca e Filippo e, un po' staccata la zia, quasi di corsa per non perdere di vista il suo pupillo.
Loro tre, i nostri figli, sono fin troppo eleganti, due pinguini e un'incerta primadonna. Marzia non lo dice, ma lo leggo nei suoi occhi: è orgogliosa dei suoi tre "bambini". È una mamma splendida e questa è la sua giornata speciale. Controlla le proprie emozioni, ma non può nascondere quegli occhi che sprigionano la luce più intensa, quella materna. Ora li osserva da lontano, ma le sue labbra e le sue mani, i suoi baci, il suo respiro ed il suo cuore li travolge come un fiume in piena.
Ora bisogna lasciarli andare. Hanno molto da fare. Li vediamo entrare in stanze vuote riempite solo da un zeffiro leggero di un mattino di raro sole olandese. I loro profili diventano evanescenti, il rumore dei loro passi via via più tenue.

Le camere sotto il portico con vista giardino sono musei che sembrano spogliatoi. Con panche di legno scuro e vetrate bianche piombate, nitide pulitissime ma non trasparenti. Appesi alti, quadri con cornici sottili, con uomini neri, vestiti di nero in uno sfondo ancor più nero. Nello stile fiammingo alla Jan van Hyck, ma ancor più tetri. Sono maestri? Scienziati o benefattori? Didascalie minute sulle cornici sono frammenti di parole senza vocali e senza vicinanza. Un profluvio di j k e altri segni di un alfabeto indigeno.
Flavio aggiusta le code del vestito e siede silenzioso sulla panca a ridosso della parete più lontana. Invita ad uscire, a passeggiare tra gli stagni ed i canali del giardino sotto alberi maestosi senza fronde.
Altri pinguini varcano la soglia dello spogliatoio e altri vecchi reprimono le nostre stesse lacrime.


Il giardino è grande, curato, perfetto, geometrico solo in parte, selvatico solo in parte. Incrocio uomini e donne in tunica nera e berretto da pittore francese, ma non severi, veloci di gambe e di sguardo. La maggior parte ha occhi chiari e al mio piccolo inchino rispondono con un sorriso enigmatico che anticipa il suono di alcune oscure parole teutoniche.
Escono da porte minute nascoste dall'edera avvinghiata ai rossi mattoni. Scambiano saluti come benedizioni, con tutti, anche con gli alberi, anche con gli uccelletti. Poi vanno verso altre porte, più grandi, più esclusive ed il giardino sembra perdere parte della propria magia.


È tempo di passare altrove, oltre il museo-spogliatoio verso legni antichi e antiche usanze. In silenzio, nello scricchiolio di porte socchiuse, di pavimenti senza tappeti e piccole scale sotto volte anguste e corridoi di mattoni a vista, come rifugi di guerra o come antiche cantine toscane. Infine la luce che acceca e qualcosa ancor più sfolgorante, se mai fosse possibile!


L'aula magna non è grande, pare infuocata di luce bianca, sembra che tutti i lumi e lampade di cristallo e torce di ghiaccio si siano accesi all'unisono.
Ci sono grandi finestre prive di tendaggi e un paio di lampadari medioevali in ferro battuto. Poi il bianco piano piano sembra smorzarsi e rimane solo una soffusa e palpabile penombra.
Invisibili neon, lungo cornici di acanto in gesso, rilasciano una tenue rifrazione che incontra i riverberi filtrati dal vetro lattescente delle finestre.
Intravedo lapidi in marmo e pannelli di noce antico con nomi scolpiti in schiera, ordinati non in successione alfabetica. Non a caso, ma chiaramente in nobile formazione, simili ad una graduatoria anarchica: Baruch Spinoza, René Descartes, Hendrik Lorentz, Albert Einstein, Enrico Fermi e Johann de Witt e Johannes Diderik van der Waals, che non ho mai sentito nominare e molti molti altri ancora. I migliori presumo, quelli che sono passati da queste parti. Ora, sopraffatto da tanto ingegno, mi inchino un po' anch'io sebbene la testa sia da tutt'altra parte.

Marzia ha fretta. Troviamo uno scranno in seconda fila. La prima fila è vuota ma dietro di noi pian piano arriva altra gente, non solo giovani.
I miei tre damerini hanno un palco riservato alla nostra destra, non lontano ma irraggiungibile. Con leggio e microfono e spartane sedute in legno chiaro con un piccolo cuscino in pelle. Di fronte a noi ancora un palco con cubicoli incassati simile al coro di una chiesa. E un catafalco solitario, quasi nel mezzo della stanza, con un leggio tecnologico che sembra fuori contesto.
Le voci alle nostre spalle aumentano di intensità e hanno, in prevalenza, toni gioiosi frammisti a timbri più acuti, come premura o preoccupazione, e qualche incomprensibile preghiera.
Senza preavviso un signore attempato percorre a passo sostenuto l'ampia corsia centrale per fermarsi a lato del catafalco.
Ha la solita tunica, lunga e nera con una fascia da prete ugualmente nera e un capello che pare un misto tra una coppola e un ''tocco". Ho scoperto che si chiama "baret" (come il nostro berretto in dialetto veneto) ed è un copricapo accademico olandese, in velluto nero, abbinato alla toga nera usato durante le cerimonie ufficiali. In più, costui, ha un grosso e lungo bastone con pomolo e lame d'argento. Subitamente lo batte, forte, per due volte sul pavimento. La sala rimbomba e la gente attonita ammutolisce d'incanto.


Sono quindici, li ho contati e li ho osservati uno ad uno e mi hanno intimorito. Sono entrati all'unisono ai due colpi di bastone. Sono i maestri cattedratici, i professori i docenti gli esaminatori...o qualcosa del genere. Avranno di sicuro un nome altisonante per quanto sembrano altezzosi.
Non è consentito adesso parlare, né bisbigliare, il silenzio è drammatico, mi scappano le gambe che iniziano a ciondolare in un fremito involontario.
Osservo Marzia, è tesa pure lei, ma lo sguardo è di incrollabile fierezza e di palese orgoglio di mamma. Non abbiamo il tempo e nemmeno il coraggio di guardarci, ma le nostre mani si stringono con un leggero tremore.


Senza preavviso, in silenzio, quasi in sordina, come un fantasma, come quel Belfagor che tanto mi intimoriva, si manifesta, dietro un invisibile sipario, un uomo canuto e ossuto, vestito di nero, come tutti, ovviamente.
Si avvia sospeso, lievitante sul pavimento in direzione del catafalco.
Ancora silenzio. Per lunghi atroci minuti.
Quel tizio magro ed affiliato, con il naso poi lungo del mio, non parla non si muove sembra non respirare.
Respiro io rumorosamente come un treno a vapore mentre arriva in stazione. Marzia mi dà una gomitata, io l'abbraccio e lei finalmente sorride.
Seguirà la seconda parte di Mattoni rossi a Leiden




🤎