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SAGRON-MIS

  • Writer: Luigi Perissinotto
    Luigi Perissinotto
  • 2 days ago
  • 7 min read
7 agosto 2026

Sagron è una chiesa e un cimitero e una manciata di case disperse sulla montagna trentina. Un nido appoggiato sugli abeti e tra i larici protetto da guglie di pietra rosa.

Un tempo Sagron era un segreto e lo era perché incantato, perché remoto e faticoso.



Mai stato facile arrivare a Sagron (oggi Sagron-Mis per l'accorpamento dei due minuscoli villaggi). Io l'ho sempre saputo e per questo ci sono andato e continuo ad andarci.


 “Bisogna vedere quello che non si è mai visto, vedere di nuovo quello che si è già visto, vedere in primavera quello che si era visto in estate, vedere di giorno quello che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna tornare sui passi già dati, per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre”. – Josè Saramago, “Viaggio in Portogallo”.


Io ci sono stato innumerevoli volte ed in mille modi diversi. Senza mai perdere il sentiero, senza mai scordare le curve le rampe e le infinite bellezze.

In auto, ovviamente, da solo, in compagnia, con gli amici e con i miei genitori, in autostop un paio di volte, disattento alla guida, euforico con la morosa, dietro sdraiato sobrio e dietro sdraiato ubriaco, nel bagagliaio assieme ad un maiale, sul tetto aggrappato a ramaglie del bosco, con le catene alle ruote, con provviste per un anno, con un tocco di pane per un sol giorno, senza benzina, in salita lento e in discesa altrettanto, veloce mai, fermo sul ciglio della strada o a metà tornante, con i finestrini aperti, ma poco, con il tettuccio di tela aperto, ma poco, con tergicristalli minuscoli ed inutili, senza ventilazione e senza riscaldamento.

Con la macchina più bella del mondo. Con la mia Dyane azzurra, ovviamente.


Ci sono stato in treno senza mai arrivarci.

Dalla stazione di San Donà fino a Mestre per svegliarmi a Venezia e da Venezia ritornare a Mestre per andare a Treviso e da lì, per errore, verso Bassano mentre la meta era Belluno. E dai contrafforti del Grappa nuovamente a ritroso verso altre montagne e verso Belluno. Da lassù, con un trenino color caffèlatte perso tra i monti e immerso nella puzza di cherosene, verso Feltre da dove avrei voluto proseguire. Sferragliando. Ancora.

Almeno fino a Fiera di Primiero, perché più in là, sul crinale della montagna di Sagron le altezze non saranno mai raggiungibili.


A Feltre ho scoperto che oltre alle rotaie terminava lì la mia giornata.

Mentre un cielo senza stelle si chiudeva alle mie spalle mi rendevo conto, con gioia sciagurata ed incontrollabile, che ero definitivamente, senza biglietto e senza speranze.



Ci sono stato in pullman perdavvero.

Da solo con la Fap, da solo con la Siamic ed infine con piccole corriere rosse di piccole compagnie locali con il motore accanto al “sofer” (guidatore), rumorose, puzzolenti di gasolio e ruggenti, in salita, come belve affamate.

Il bello della “corriera di montagna” è che da quella corriera puoi osservare la strada, guardare ai lati di essa e volgere la testa all'indietro, se necessario. Puoi strabuzzare gli occhi alla ricerca di un campanile o di una torre di un castello diroccato. E puoi anche chiudere gli occhi e vedere tutto e nuovamente.

Verso Sagron, dall'ampio sedile in fondo al ciondolante torpedone, ho potuto immaginare nello stesso tempo in cui potevo osservare.


Ci sono stato in bicicletta, almeno tre volte e sempre lungo strade diverse. Sempre le più difficili, le più lunghe e quelle dimenticate.

La prima volta con Dario e Sandro senza (quasi) arrivare.

Con una bicicletta nera, scarsa di freni, con una dinamo e un campanello, una piccola pompa per gonfiare, ma soprattutto priva di cambio e con una sella più larga del mio sedere.

Abbiamo lasciato la pianura a mezzogiorno di un giorno mite di fine aprile e ci siamo ricongiunti, dopo smisurate fatiche, a Fiera di Primiero nel cuore della grande conca alpina traslucida di brina, al freddo e a notte fonda che era quasi mattina.



Risalendo il ripido ed impetuoso corso del Cismon, accanto alla strada, l'aria era ghiacciata, le stelle foravano il cielo grosse come perle di calcite e la via era attraversata da echi sinistri provenienti dai boschi. Senza rendercene conto, abbiamo percorso il centro del paese per abbandonare le bici, spossati nelle gambe e nella mente, accanto all'ingresso di una locanda.

Era l’unica luce accesa, il paese era silenzioso ed ogni passo ed ogni suono lasciava una eco sospesa nell’aria, mancavano solo 15 chilometri, tutti in salita, dentro ci accolse un uomo senza volto al quale rivolgemmo parole confuse che non ricordo.

Qualcuno a Fiera ci salvò dall'abisso della notte e ci condusse a Sagron lungo i tornanti del Cereda illuminati da una luna immensa, mai vista e mai più rivista. Era un prete e un giorno anche di questo (forse) racconterò.


Passo Cereda
Passo Cereda

Alcuni anni dopo ero ancora in bici con pochi impavidi amici e con mio fratello e con una lunga strada per arrivare a Sagron che divenne interminabile a partire da Ponte di Piave.

Non rammento per quale illuminata intuizione decidemmo di prendere strade alternative quando, a quel tempo, tutte le strade del Trevigiano e poi del Bellunese erano alternative.


Dopo le viuzze di campagna fino a Vittorio Veneto e dopo le fatiche del Fadalto, in vista di Agordo, abbiamo oltrepassato il Cordevole verso Rivamonte e poi, lungo una interminabile stradaccia a mezza costa, con curve come ellissi a seguire la conformazione dei ripidi declivi, fino a Gosaldo per arrivare a Mis. In lontananza, tra i boschi, spuntava il piccolo campanile e la chiesetta di Sagron. Accanto ad essa il cimitero pareva un balcone aperto al volo radente su boschi incontaminati “planando sopra boschi di braccia tese – cit. Lucio Battisti” . Un richiamo anche per dei ciclisti esausti.

E’ stata una volata in leggera discesa, un tuffo inebriante fino al paesello, giusto per un sorso di acqua limpida e fresca alla fonte e risalire a Mis, immediatamente, prima di affrontare le rampe del Cereda. Due birre a testa e un grappino e il Cereda, il breve tratto da Mis fino al valico, fatto in unica tirata con tanto cuore, poche gambe ed in apnea.


Poi, dal Cereda fino a casa è un'altra storia che (forse) racconterò. Un ritorno rocambolesco con infinite tribolazioni, avventuroso al limite dello sventurato.


Infine la terza fatica. Lungo la strada più bella e sconosciuta. Da solo, con Marzia molto più indietro, in Dyane: carro attrezzi ambulanza e sussistenza.

Un percorso fantastico che ancor oggi m’incanta, che ogni volta mi sorprende con rinnovate emozioni, nuovi paesaggi ed infinite scoperte. Ad iniziare dal Passo San Boldo e dalle sue gallerie, a quel tempo buie e sconnesse, unica maniera per superare una muraglia di verticale dolomia fino a respirare a pieni polmoni, dopo quelle salite e quegli anfratti poderosi, davanti all'ampia e lucente Val Belluna ed ai Monti Pallidi.


Il lago del Mis e la Valle verso la pianura
Il lago del Mis e la Valle verso la pianura

A Sospirolo scombino le mie carte: anziché continuare per Agordo scelgo la Valle del Mis. Non la conoscevo, ovvero ne avevo sentito parlare per via della grande alluvione nel 1966, tanto devastante che alcuni paesi erano stati distrutti e abbandonati e anche la strada interrotta. Fin da subito, dopo le prime curve e dopo alcune gallerie la valle verde e selvaggia, stretta e lunga, con il lago blu intenso è stata una straordinaria scoperta. Una incredibile emozione mentre con la mia bici penetravo all'interno della montagna e passavo, come d’incanto, dal paesaggio dolce delle Prealpi ad un cratere di acque e rocce incombenti.


Pozze dei Cadini del Brenton
Pozze dei Cadini del Brenton

Strada e gallerie della Valle del Mis verso Gosaldo
Strada e gallerie della Valle del Mis verso Gosaldo

Entrare nella sconosciuta, isolata e selvaggia Valle del Mis è stato come spalancare, inatteso come il fragore di un tuono invernale, il sipario di un anfiteatro celato agli estranei, una riserva di bellezze insolite, naturali e paesaggistiche che, ancora oggi, non trova eguali. Costeggiare acque verdi e profonde, cascate di soffio magico, pozze di smeraldo, infilare gallerie di roccia pura a strapiombo sull'orrido, borghi alluvionati ed abbandonati, uno fra tutti dal nome presuntuoso di “California” e poi risalire, con fatica tra boschi punteggiati da pochi fienili, e scorgere Sagron lontano tra il verde, fino a Gosaldo e quindi ridiscendere fino alla meta... tutto clamorosamente unico!


California
California

A Sagron ci sono arrivato anche a piedi, da Agordo per Forcella Aurine e dall’alto del Passo abbandonare la comoda strada per scendere a capofitto lungo un baratro profondo e selvatico fin sotto il villaggio dove scorre il Mis, irruento, ricco di trote e di scivoli e ricordi di antiche miniere.



E con gli sci dal Passo Cereda, in mezzo ad una tempesta di neve in un bosco trasformato in selva geometrica di candidi coni cascanti, in mezzo a nuvole grigie improvvise scardinate da obliqui raggi di sole, con improba fatica fino ai Matiuz, fino alla chiesa e ancora più giù fino alla solitaria casupola della Scudeleta. Per poi risalire e quasi morire sotto metri di soffice neve.


Matiuz sopra Sagron
Matiuz sopra Sagron

Sono mille volte stato a Sagron, sono partito e sono ritornato perché questo posto è il "Posto" tra i luoghi che hanno inciso la mia conoscenza, non solo il mio cuore. Potrei ripetere ogni viaggio verso Sagron come fosse la prima volta e per mille volte finirlo per poi ricominciare.



E’ (era) solo un piccolo villaggio, quattro case ed un cimitero in paradiso, con una fonte davanti alla chiesa e un orizzonte di montagne al di là di essa, è poco più di un covo tra gli abeti, è un'osteria proibita ai viandanti, con gli scaffali per i generi alimentari e per strani utensili di casa e un ometto con la gobba, piccolo e scontroso a chiedere per quale motivo siamo lì!

Siamo a Sagron perché qui c'era la nostra casa di montagna, quella voluta da un giovane prete, quella rinata da una stalla e da un fienile. Quella dove quasi tutti i ragazzi e le ragazze di Noventa, a cavallo degli anni settanta, hanno trascorso i loro giorni migliori. 

Un giorno anche di questo (forse) racconterò. 



Nel piccolo paese trentino, nella casa del prete, ho lavorato a spalare letame, ho bevuto latte appena munto per nascondermi lesto tra i cespugli. Ho dormito in auto, in tenda, in un pollaio, negli sgabuzzini del campo sportivo, in casa di sconosciuti…. e non ho dormito, quella notte di luna piena, con Dario e Sandro. Una notte di veglia involontaria, con finestre senza imposte, con la luna dentro la stanza, con il Mis dentro la stanza in un vociare di sonnambuli alterati.



A Sagron, vicino alla chiesa, sul muro di una casa c’era e c'è ancora un rametto segnatempo. Lo stecchetto indica due sole località: Milano e Sagron. Non so per quale motivo. Di certo so che lassù, ai piedi delle Pale di San Martino, vi sia la nebbia più scura o il sole più luminoso, con la neve o con la tempesta, anche quando l’urlo della bufera sgretola gli spigoli delle case, il tempo è e sarà sempre bello.


Piz di Sagrom
Piz di Sagrom

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