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VAL DI TRENTA (DOLINA TRENTE)

  • Writer: Luigi Perissinotto
    Luigi Perissinotto
  • Apr 2
  • 10 min read

Updated: Apr 7

2 Aprile 2026

Vorrei raccontare di una strada antica, di alcuni paesi, di una valle e di un grande fiume smeraldino, di una frontiera di passi cadenzati e di una montagna dal nome superbo.


Raccontare di un piccolo viaggio che inizia presto al mattino e termina tardi alla sera. Come molte scorribande giornaliere. Fatte in fretta e con piccola compagnia.

Di un viaggio normale in un territorio speciale. Vicino a casa, oltre un valico oltre un passo oltre un confine, vicino ai nostri vicini. Dove la storia, in alcuni luoghi, divenne tragedia. Seguendo poco le mappe evitando di marcarne il percorso. Non a caso, ma quasi. Per il piacere di scoprire ciò che mille volte abbiamo visto, disvelare ciò che è evidente, per entrare nella caligine e repentinamente uscirne. Abbagliati. Riscoprire lo sfolgorio placido di luoghi, di sapori, profumi e di altre mille impercettibili scalfitture dell'anima, talvolta anche amare. Piccole, minute, brevi, intense come solo un viaggio giornaliero può concedere.


Per "raccontare le istruzioni" provo ad essere un modesto cronista piuttosto che un mediocre narratore. Centellinando le emozioni, tenendo a freno evanescenti e temporanei incanti provenienti da chissàdove.

Vorrei fornire solo poche e laconiche informazioni, con nomi di strade e di paesi e percorsi per raggiungere quei paesi, con incroci e rotatorie e segnali stradali e tempi di percorrenza, indicare le distanze e le distrazioni.

Vorrei fornire solo istruzioni!... ma non sarà facile.


La mia strada al mattino
La mia strada al mattino

L'itinerario di questa gita fuori porta attraversa il Basso Friuli, la pianura solcata da piccoli e grandi fiumi fino a Cividale, cittadina non remota, ma appartata incantevole e gloriosamente longobarda, per poi risalire la valle del Natisone, lambire i contrafforti del tragico Matajur, i borghi di Pulfero e Stupizza, attraversare la vecchia frontiera con la Slovenia per giungere senza disfatte a Caporetto (Kobarid). Per riprendere immediatamente la navigazione con l'Isonzo (Soca) sfolgorante alla nostra destra e puntare decisamente verso nord seguendo il corso del fiume fino alle sue sorgenti e più avanti ancora, fino a Plezzo (Bovec), fino a Trenta e fino a Kranjska Gora. Per poi ridiscendere lungo l'impetuoso Fella e lungo il prezioso Tagliamento fino a rivedere i campanili della spianata friulana fin quasi al mare.


Questo in sintesi è il piccolo-grande viaggio che mi accingo a "rivelare" e quanto segue, alcuni anni dopo la mia prima esplorazione, è il resoconto di una stupefacente riscoperta.


Appena fuori casa non ho dubbi. Le mie strade saranno strette, tortuose e secondarie.


Non amo percorre le grandi vie, tanto meno le autostrade. Troppi autotreni, pochi volti nessun paese, zero osterie. Per questo motivo mi è gradevole attraversare la campagna Mottense, il Livenza ed il Lison, i vigneti del Tocai diventato Friulano fino a Portogruaro sfiorando Sesto al Reghena e l’incantevole Abbazia di Santa Maria in Silvis. Poi la Ferrata. Che altro non è che una strada dritta e piana (ultimamente interrotta da alcune inutili rotonde) a tagliare una pianura ancora più piana fatta di mais e pioppi. Era stata pensata per una tradotta ferroviaria fino ad Udine, ma mai portata a compimento; ora è un dardo speciale per arrivare dritti fin dentro il cuore friulano.


Sesto al Reghena
Sesto al Reghena

È una immersione quasi in apnea a scavalcare paesi e fiumi e rogge dai nomi evocativi. Portovecchio, distaccato con la sua torre in mezzo agli alberi nella frescura del Lemene tra vecchi mulini, le tre case di Suzzolinis e le quattro di Mussons, Morsano prima del Tagliamento e subito dopo Varmo e il suo rio Varmo decantato dal Nievo.

A Madrisio, sorvoliamo il Tagliamento sul lungo ponte che lo recide inopinatamente. Questo è il fiume più bello e selvaggio d'Europa, recentemente preso d'assedio da sconsiderati cementificatori ed al quale sarebbe utile, da parte mia e di tutti, dedicare più tempo e lungimiranti parole.

Non molto più avanti, serpeggiante tra i salici, attraversiamo veloci anche il mio Stella. Il fiume di risorgiva dalle acque rapide, limpide verdi e fredde. Dove ho lasciato andare libero il mio kayak molti anni fa in compagnia del mio amico Dario. Libero anch'esso!

Ancora oggi cerco le pozze scure e placide di Sterpo tra surreali mangrovie da dove montare verso la lontana Palazzolo.


Portovecchio
Portovecchio
Varmo
Varmo
Lo Stella
Lo Stella

In lontananza, tra i pioppi, si stagliano piccoli e grandi campanili e torri e molti, troppi, tralicci in prossimità di Campoformido alle porte del capoluogo.

Evitiamo Udine vagando fuggiaschi nell'ordinata periferia fra scatole di cemento con insegne di tornitori e ceramisti, orti e piccoli campi di mais, verso Cividale del Friuli e le lunghe propaggini del Collio.

Sotto il ponte del Diavolo scorre limpido il Natisone; dobbiamo seguire questa traccia fluida fino al confine ed oltre, in terra Slovena. Con i monti azzurrini sempre più vicini e dai quali discende un fresco venticello odoroso di erbe e fiori appena falciati.

Ogni paese, ogni piccolo borgo, meriterebbe una sosta ed una visita, Cividale in particolare, ma il viaggio di oggi ha solo occhi rettilinei. Anche le distrazioni, i contrattempi e le deviazioni corrono su binari privi di separazioni. Il viaggio è l'obbiettivo!


I tenui monti sembrano accoglienti, facili ed accessibili, ma lentamente diventano scuri mentre verdeggianti dirupi sbarrano la strada. Sembra impossibile penetrare oltre i ripidi contrafforti, sembra impossibile trovare un varco per aggirare il doloroso Matajur. Ovviamente il passaggio esiste, il Natisone lo ha inciso nel corso dei millenni ed i soldati in rotta, momentaneamente sconfitti, lo hanno calcato sofferenti.


Propaggini del Matajur
Propaggini del Matajur

A San Pietro al Natisone improvvisamente il riverbero del sole e il vivace venticello proveniente da est, le creste selvagge dei monti e la mancanza di teleferiche e di piste e baite, le poche case e lo scorrere dei torrenti, i campanili ed i tetti spioventi delle abitazioni, il colore dei muri, gli infissi e le porte e le insegne e le sbiadite indicazioni stradali, diventano solo aria di confine!

Io ne sono pervaso, ammaliato ed attratto.


Dopo Pulfero e dopo Stupizza, nomi di paesi antichi dalle risonanze slave e germaniche, solo boschi e il fiume, a sinistra, che scompare d'incanto in prossimità del valico.

Un paio di curve e l'orizzonte si riapre luminoso e vasto sull'ultima grande e selvaggia porzione della valle del Natisone diventato Nadiza.


Osteria di frontiera
Osteria di frontiera

Pochi chilometri all'ombra di un incredibile viale di tigli e siamo a Caporetto (Kobarid). Il paese è parte della nostra storia e nel corso di altri viaggi mi sono in esso fermato, per il museo, per salire al Sacrario di guerra, per un caffè nel piccolo borgo e per scendere in kayak lungo l'Isonzo. Oggi seguiamo solo il fiume. Una scia di liquido smeraldo, talmente splendente, talmente trasognato e fiabesco da portare fin quassù tecnici ed attori per le riprese del film "Le cronache di Narnia".


L'Isonzo verso Bovec
L'Isonzo verso Bovec

Risaliremo la valle del Soca fino alle sue sorgenti.

Dopo il paese, dove la valle dell'Isonzo diventa ampia verso sud, alla grande rotonda stradale prendiamo decisamente l'uscita in direzione opposta, seguendo il corso del fiume, verso monte e verso Plezzo (Bovec).

Antepongo il nome in italiano delle località slovene sebbene questi territori, vicini geograficamente all'Italia, hanno sempre conservato la propria identità nonostante le influenze prima veneziane poi asburgiche ed infine sommariamente slave.


La strada svolta repentinamente a gomito sotto la montagnola dell'Ossario Monumentale lasciando l'lsonzo scorrere veloce a destra verso Nova Gorica e verso l'Adriatico.

Le montagne sono ora più alte e grigie e l'incredibile scia smeraldo dell'Isonzo, colpita dai raggi del sole è accecante, ai lati la vegetazione è come sofferente in attesa che il fiume diventi acqua scrosciante.

Per un lungo tratto non si scorgono abitazioni, solo alcune “gostline” (cucine-trattorie) che paiono abbandonate accanto a pergole di vite americana e alcuni, quasi invisibili, tratturi immersi nella vegetazione e tra le rocce, sospesi in traballanti e vecchi ponti di funi e assi consunte, a perdersi oltre il fiume in mezzo alla boscaglia verso il nulla o verso antichi camminamenti e postazioni e trincee.


Il primo vero incrocio stradale, dove è quasi superfluo rallentare, è all'entrata del minuscolo gruppo di linde e ordinate casupole di Saga (Zaga).

Le montagne sono silenziose, il fiume rumoreggia senza tuonare. In questo tratto sotto i ponti sospesi, spinti dalla corrente, mulinando la pagaia tra i massi e nella corrente spumeggiante serpeggiano e balzano irrequieti i canoisti. Ancora per poco prima delle cataratte.


Ponte sospeso sull'Isonzo
Ponte sospeso sull'Isonzo

Il grande ponte stradale sul torrente Boka è quasi un passaggio pedonale. La gente in transito si ferma all'improvviso ai bordi della strada e le auto e le moto intasano i piccoli parcheggi. Scopriamo che il ponte è un buon punto di osservazione, fors’anche pericoloso, per volgere lo sguardo alla parete dalla quale discende l'intrepido ruscello. Da dove, a mezza costa, tra la vegetazione come prodigio divino, come una visione simbolica ed artefatta, irrompe la magica cascata del Boka.


La cascata del Boka
La cascata del Boka

Vale la pena risalire un irto, ma breve sentiero, per raggiungere una ancor migliore postazione dalla quale catturare la magia della cascata più alta e grande della Slovenia.

Lo scenario è ora semplicemente incredibile. Sembra una fontana di luce aperta sul vuoto e proveniente da un luogo invisibile, ignoto oltre la roccia e sospeso in una nuvola di verde quasi dorato colpito dai raggi del sole.

Il rumore del salto è attutito dalla lontananza e dalla vegetazione, ma si ode, profonda e cupa, la voce della vertiginosa caduta come eco di mille reconditi frastuoni. È sufficiente cambiare di poco l'angolazione e la cascata, d'incanto così come era apparsa, scompare, assieme alla sua voce.



Ritorniamo nella retta via per raggiungere, senza purtroppo sostare, la rinomata Plezzo (Bovec), località di vacanze estive ed invernali.

Subito dopo Plezzo finalmente l'agognata biforcazione: il bivio per la Val di Trenta (Dolina Trente)! L'altra direzione, la strada dritta che ignora il crocicchio, è altrettanto bella e rientra in Italia attraverso il Passo del Predil con incomparabile vista sul Mangart. Ma oggi la nostra strada è la Val di Trenta! Verso il magnificente Triglav. Una valle tra le più belle, non solo delle Alpi Giulie e della Slovenia, appartata, selvaggia ed incontaminata, con il favoloso fiume come traccia di luce e le cime più alte, bianche dell'ultima neve, a chiudere l'orizzonte verso nord.


Dolina Trente
Dolina Trente

Pochi chilometri ed ancora una volta le auto e le moto si fermano ai lati della strada, tra gli alberi e negli angusti passaggi tra i massi, obbligando i guidatori ed i ciclisti a diventare pedoni. D’altronde non c’è altro modo per scendere lungo lo stretto canyon formato dall’erosione del Soca per arrivare alle limpide pozze tra le forre, in punti straordinariamente spettacolari, a strapiombo sul vuoto o nel mezzo della corrente sopra macigni di granito bianco, dove risulta bizzarro scambiare un saluto (in qualsiasi incomprensibile idioma) con gli immancabili escursionisti bardati di tutto punto, con alcuni rocciatori e con un paio di “torrentisti” anch'essi con zaino corde e caschetto.



Siamo nei pressi del minuscolo abitato di Sonzia e come timorosi “cavernicoli” siamo immersi nelle profonde gole dell’Isonzo (Velika korita Soce), dove il fiume non è ruscello e non è torrente, ma impetuosa e roboante cataratta, voce nascosta e potente, riflesso blu e verde smeraldo, come una fata Morgana o infida Sirena.

Sono una attrazione imperdibile, sono chiocciole di granito, vortici di cristallo assordanti e valgono da sole l'intero viaggio.


Cataratte e gole del Soca
Cataratte e gole del Soca

Poi la strada, in un susseguirsi di curve e di lievi pendenze e di rari fabbricati, prosegue ostinatamente verso nord ancorchè sembri sbarrata da aspre ed invalicabili montagne dove la natura pare inselvatichire fino ai primordi.


La spianata di Trenta è un respiro a pieni polmoni ed induce ad una breve sosta. Le indicazioni ed i cartelli turistici invogliano ad una semplice e breve escursione. Assicurati ad una corda d'acciaio, ai lati di una profonda forra, ci avventuriamo fino alle sorgenti dell'Isonzo. Una fenditura nella roccia, a mezza costa sopra il paese e dalla quale scaturisce, senza tumulto e senza foga, acqua bianca. Cristallina, profonda, pura da sembrare invisibile.


Sorgenti del Soca
Sorgenti del Soca

Ora, dopo Trenta, iniziano i tornanti. Sono i primi del Passo della Moistrocca (Vrsic Pass). Alla fine saranno 49 di cui molti in dissesto alcuni in pavè, tutti estremamente scenografici.

La strada sale vertiginosa e ben presto diventa un balcone esposto sulla valle sottostante verdissima e profonda e, dopo una curva, sembra un’altana ancorata e sospesa sul baratro di grigi basalti. Lo sguardo non sa dove indugiare. È evidente che in questo angolo di Slovenia, nel centro del Parco del Triglav, quasi nello stesso cielo italiano, la natura è selvaggia, quasi temeraria e sono relativamente pochi i visitatori e sopportabile, di conseguenza, il via vai delle automobili, compresa la mia.

È strada per motociclisti, per indomiti ciclisti e valorosi camminatori. E per speciali e veri intenditori della montagna, per coloro che riescono semplicemente ad osservare.



Parco del Triglav
Parco del Triglav

Su in alto, sulle ali dispiegate del valico, inizia lo spettacolo delle luci e delle ombre: raggi di sole a fendere una nebbia quasi opalina e nuvole viola a rincorre le vette in in turbinio di pinnacoli e di rapaci plananti.

In questo ottovolante di emozioni siamo di fronte a quadri pittorici in continuo divenire, ora cupi e drammatici come visioni romantiche di Caspar David Friedrich, ora gentili ed incantati come tele veriste di Giovanni Segantini.

Ma non c'è tempo per questo vortice di colori! ed i tornanti, come argento disciolto, sprofondano e tracciano ancora una volta, come nastri cobalto, il verde verso Kranjska Gora.


Caspar David Friedrich "Il Viandante sul mare di nebbia"
Caspar David Friedrich "Il Viandante sul mare di nebbia"

Giovanni Segantini "Pascoli di primavera"
Giovanni Segantini "Pascoli di primavera"

Sono curve antiche, di porfido e paracarri di pietra grossa, arcuati e sconnessi. È una strada costruita dai prigionieri russi durante la prima guerra mondiale ed in molti tratti, in particolare sul versante verso Kranjska, sembra non aver subito modifiche ed è ancora stretta, ovviamente tortuosa, ma soprattutto schietta e priva di qualsivoglia dolcezza.

I tornanti sono numerati e durante la discesa, raggiunto il terzo, il panorama, dopo le pareti rocciose e dopo le voragini, si apre armonioso su Kranjska e sull'alta valle della Sava.


Tornanti del passo della Moistrocca
Tornanti del passo della Moistrocca

Il paese, il borgo storico, è assai grazioso, quasi un ossimoro se pensiamo al turismo ed alle piste da sci vicino ai fienili e le stalle accanto all'ingresso principale della chiesa.

I grandi alberghi sono lontani dal centro e le piccole case dai tetti grigi e spioventi e le viuzze tra gli orti di verze e di patate creano un ambiente naturale, assolutamente non artefatto, non lezioso e non falsamente agghindato... riservato piuttosto, come ci si aspetta in un tipico villaggio di contadini e montanari.


Lago a Kranjska Gora
Lago a Kranjska Gora

Stalla a Kranjska
Stalla a Kranjska

Dopo Kranjska, lungo la valle verso Tarvisio, sembra essere in una terra di mezzo.

Alla nostra destra i monti sono zucche arrotondate con prati e boschetti e larici isolati. Dalla parte opposta incombono i contrafforti del Triglav e del Mangart. E piccole insenature longitudinali che tagliano le rocce verso valli e laghi un tempo misteriosi e sconosciuti. Ora meta di sciatori (Podkoren) e di saltatori dal trampolino (Planica).


Planica
Planica

Il passaggio in Italia è leggero e quasi invisibile. Nel tardo pomeriggio è un varco ad est incontro al sole calante che incendia mille aghi di pino. È un respiro dopo una lunga apnea.

È il verdeazzurro dei laghi di Fusine che riflette la boscaglia e le pareti di roccia e che si mischia con il cielo per non disperdere la propria bellezza.


Ora, passata la pacifica frontiera, ora dopo mille curve penso, senza convinzione, ad una staffilata lunga e dritta verso l'Adriatico.

Nonostante le grandi montagne che sovrastano e chiudono gli orizzonti da Tarvisio fino all'amata Carnia, incurante dell’ancor lungo viaggio verso casa, ora come sempre, ignoro l'autostrada. Come sempre cerco la via più lunga e contorta nella speranza di poter allungare, oltre alla strada, lo sbalordimento dell’anima e la stupefazione degli occhi.


Dopo Pontebba la statale è uno scivolo in costante ed agevole declivio verso la redenta Venzone in direzione del capoluogo. E poi giù a capofitto verso vigneti, granoturco e tanti, troppi grigi prefabbricati. Fino casa per poi riprendere il viaggio.

2 Comments


Guest
Apr 03

Ciao Gigi,

grazie per il tuo racconto, preciso, dettagliato e poetico.

Ti dico solo che fai venire una gran voglia di percorrere quelle strade.

Cari auguri di buona Pasqua a tutti voi, anche da parte di Cristina.

Un abbraccio

Franco

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Guest
Apr 02

Conosco bene quei posti, sono luoghi del cuore che amo moltissimo e tu li hai descritti così bene che mi sembrava di percorrere la strada con te.Un forte abbraccio Liana

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