TRIBU'

27 Ottobre 2026
Kamemoti: non è il nome di una tribù indiana del South Dakota ma, come già scritto in precedenti narrazioni, quello dei nemici più duri ed irriducibili della nostra banda di via Argine, una teppaglia prossima ai nostri confini, una tribù "selvaggia" poco più a Sud del nostro accampamento, ovvero quelli di via Cà Meno! Indiscutibilmente i nostri migliori nemici!

Ciò non toglie che non ve ne fossero altri. Molto meno pericolosi, ma pur sempre nemici. Quelli di via Calnova ad esempio, da noi considerati degli smidollati. Per due motivi principalmente.
Il primo: non avevano un vero soprannome di battaglia. I kamemoti erano i "temibili" kamemoti e non servivano altri epiteti; noi una masnada cresciuta sotto il manesco patrocinio di due clan, i Taconeti ed i Pitoneti, ed eravamo di conseguenza "invincibili" per il semplice fatto che avevamo ben due protettori. Entrambi forti e risoluti grazie alla loro ragnatela piratesca tra le famiglie del paese. Loro, quelli di via Calnova erano semplicemente "femenete" (l'equivalente, assolutamente non corretto, di smidollati).
Il secondo: non squartavano le prede. Non aprivano i rospi, men che meno le pantegane, non abbattevano i “notoli” (pipistrelli), ma soprattutto non infilavano le micette nel culo delle lucertole. Ed era per noi evidente che, se la gente non sa fare queste cose basilari, non vale nemmeno la pena di combatterle.



C'erano poi quelli di via Lampol ai quali il soprannome non serviva. Lampol sembrava già un grido di battaglia e tanto bastava per renderli quasi simpatici e talvolta farceli alleati.
Lampol era sinonimo di lampo, quindi di una banda che possiede virtù fulminee, di combattenti in grado di palesarsi improvvisi accompagnati dal fragore del tuono, ma soprattutto Lampol era la via del cimitero e le mura del cimitero erano il loro fortino.

Poi c'erano quelli d'oltre Piave. Ominidi dalle sembianze sconosciute. Bonobi nascosti tra le fronde, abbarbicati tra i rami più alti delle acacie. Mangiatori di ratti, di talpe ed erbe putrescenti. Incursori affamati di giovani femmine Noventane. Assolutamente da sterminare!
Con loro, con quelli di Fossalta, la lotta era impari. Noi eravamo forti e loro invisibili. Noi, alle prime luci dell'alba o quando il sole scendeva lento verso occidente, eravamo oltre fiume in assetto guerresco. Silenziosi, acquattati sul fondo dei nostri battelli, in attesa di scorgere i nemici. Mai visti! Mai sentiti!
Evidentemente avevano paura di noi e di conseguenza noi eravamo indiscutibilmente i vincitori! Ed i vincitori potevano razziare. Qualsiasi cosa, in prevalenza frutta dimenticata tra i campi della grava. Cachi, ciliegie e giuggiole. Qualche mela vicino alle poche case abbandonate e molta uva.
Inoltre, tra le vaste aree a forma di mezzaluna, quasi isole create dalle anse della Piave, si potevano tagliare, senza timore di incrociare il guardiano demaniale, le “gasie” (gaggie) più alte per il palo del “panevin” e, nella stagione propizia, raccogliere copiosi i chiodini del sambuco, dell'acacia o del "morer" (gelso).
Per i funghi, è ovvio, noi della banda oltre ad essere i migliori raccoglitori, eravamo dei veri vandali e dopo il nostro passaggio restava solo legno e terra "scorticata". Spesso il nemico razziatore non era quello di Fossalta, ma il nostro vicino di casa, mai così amichevole quanto lo fosse l'invisibile Fossaltino.


Le guerre, in particolare quelle con i Kamemoti, erano assai frequenti e venivano innescate da eventi del tutto risibili. Uno sguardo di traverso, una parola di troppo, lo sgarbo a distanza tra due avversari, ma soprattutto dalle invasioni di campo. Piccole sortite oltre i confini territoriali.
Il limite oltre il quale non era concessa la reciproca intrusione in terra nemica era l'invisibile ed irreale sbarra posta sulla fascia più alta dell'argine, una specie di arcaico “stargate” in corrispondenza della scalinata, tuttora esistente, che scende verso la Piave e dove l'argine curva perentoriamente verso Ca' Meno e verso il ponte di barche.


I kamemoti tenevano sotto stretto controllo questa linea di confine e la nostra arroganza era foriera di insolenze, di frequenti battibecchi e di confuse botte che sfociavano quasi sempre in aperta battaglia.
Le guerre erano guerre lampo, non avevano diplomazie, contatti, accordi sotterranei ed erano scontri assolutamente fisici. Brutali, ma fortunatamente rapidi, scalcagnati e privi di qualunque strategia.
Il nostro covo, ovvero il nostro fortino, era il frantoio "sotoriva" ridotto, già allora, a scheletro di cemento armato privo di macchine e altri aggeggi.
Era un baluardo pressoché inespugnabile, difficile da occupare, ancor più da conquistare o tentare di abbordare quando da noi presidiato.
Da lassù la precisione dei nostri dardi era agevolata dalla visione circolare del campo di battaglia e soprattutto dalla protezione fornita dalla conformazione dell'imbuto in calcestruzzo un tempo utilizzato per stivare gli inerti da frantumare.


Non appena il clima guerresco aleggiava tra i borghi la banda di via Argine preparava gli armamenti trasferendoli dai depositi segreti (abitazioni, baracche e cantiere edile) al frantoio.
Le armi venivano costruite durante il tempo di "pace" e tutte dovevano essere collaudate.
La mazza in bambù assieme all'asta lunga dello stesso materiale. La bottiglia di plastica incendiaria alternata alla torcia gocciolante lacrime di fuoco combinata con la bomba acqua o con la bomba merda. L'immancabile arco con frecce in legno e punta metallica, la balestra tesa con stringhe di caucciù ricavate dalle camere d'aria dei pneumatici e corredata da pericolosissimi dardi creati con gli infidi raggi della bicicletta. Meno pericolose erano le cerbottane in canna palustre con proiettili (baini), bacche nere e velenose staccate dai rami di ligustro o di belladonna.
Di scorta avevamo pietre scagliose per colpire gli assedianti più temerari e pietre arrotondate per tiri aerodinamici di lunga portata, calce spenta in grado di bruciare occhi e pelle, rubata dal cantiere edile vicino alla nostra base in via Argine, vetri rotti di bottiglia, pece di copertone colato e fascine fumogene composte da erbaglia verde frammista a cartocci di granoturco.

Non mancavano trappole varie occultate nei pressi del nostro fortino: fosse più o meno profonde, con ortiche o rami spinosi, buchi d'inciampo con blocchi di cemento estratti dai muri delle case in rovina, pali appuntiti e corde uncinate, filo spinato teso da albero ad albero.
In caso estremo erano disponibili anche le nostre famose bombe di carburo ricavate dai barattoli di olio "Topazio" e di cui ho già raccontato.
E le fionde. Che ho lasciato per ultimo. La vera ed unica arma indispensabile ed insostituibile. L'unica usata. Tutte le altre che ho descritto erano solo puro esibizionismo e quasi mai venivano impiegate in battaglia.

Non eravamo Scout e non avevamo bandiera o stendardo, né motti né rituali, solo fischi di riconoscimento e qualche parolaccia che non "fa mai male".
Talvolta la battaglia si spostava in terreno aperto, sopra l'argine o lungo la grava. In questo caso i danni, per entrambi le tribù, erano maggiori. In particolare per le prime linee formate dagli elementi più lenti e più grossi protetti solo da minuscoli scudi in lamierino ricavati, come sempre, dai barattoli di olio Topazio, ma quelli più grandi, quelli da 5 litri.
Fondi di barattolo talmente piccoli che a malapena proteggevano uno zigomo ed io, incursore di prima linea, mi beccavo tutte le fiondate dei kamemoti.
Le prime linee non avevano scampo ed anche i rincalzi non riuscivano ad allontanare il nemico. Venivano allora in nostro soccorso quelli di via Lampol e la guerra diventava, per tutti, “mondiale” perché senza frontiere e purtroppo, in campo aperto, senza vincitori ne vinti. Le opposte coalizioni si affrontavano a viso aperto, senza armi perché da vicino il caricamento delle fionde diventava impossibile, senza terze linee perché spesso gli ultimi, vista la malparata, fuggivano a gambe levate e ad un certo punto la guerra, senza la possibilità di arretrare o di avanzare, si trasformava in zuffa con sputi, pedate e parolacce. Nessun pianto! nemmeno quando una piccola ferita lasciava una traccia rossa di sangue.
In tutto questo, a margine di questo trambusto, le "femenete" come formichine si affacciavano per un istante dal tunnel per poi subito scomparire in direzione di via Calnova.


Poi la guerra cessava e si curavano le ferite. Le mie erano solo grossi bernoccoli che mamma era abituata a vedere, a curare ed a corredare con rimbrotti e minacce di ogni tipo. Usava un po' di aceto, sequestrava la mia fionda (ne avevo altre di riserva) e dichiarava solenne "stasera lo dico a tuo papà che ti manda a letto senza cena!".
Lo diceva infatti a papà...ma questa sarà una nuova storia da raccontare.








È Sempre bello ritornare bambini o ragazzi e rivivere emozioni o rinverdire ricordi persi nelle nebbie degli anni accumulati...io facevo parte saltuariamente di una banda di terze linee e ricordo di aver avuto una sana paura degli azzaini (raggi di bici) scagliati alla cieca da invisibili nemici. Grazie Gigi puoi essere orgoglioso del tuo spirito guerriero. continua. Roberto